Arc
en ciel
di
Maria Laura Platania
Arc
en ciel era il bordello più seducente di Parigi.
Violetto, indaco, blu, verde, giallo, arancione, rosso: sette
carrozze nuove di zecca e una locomotrice di lucido oro zecchino.
I binari nitidi d’acciaio aspettavano, con sensualità
animale, d’essere attraversati da quella eccitante, divertita,
umanità, strabordante denaro.
Proprio una grande idea quella di Madame Radiguet, liscia e piacente,
una quarantina ben portata, l’investimento migliore per
l’eredità noiosa di un marito noioso che l’aveva
relegata per diciotto dei suoi anni migliori tra soffocanti agi
e lussi.
Aveva deciso, si diceva, di farlo fruttare al meglio quel capitale
e s’era messa in affari con un gentiluomo italiano: non
solo in affari, a dirla tutta.
Ma, per Madame - come d’uso la chiamavano le sette ragazze
- ne valeva la pena.
Arc en ciel, in meno d’un lustro, era diventato l’indirizzo
sicuro nella capitale francese di un mucchio di facoltosi: discreto,
efficiente, il vero centro operativo della borsa di Parigi, il
luogo in cui, le soffiate e i pettegolezzi, unica regola e efficienza
del mercato azionario, trovavano la prima valvola di sfogo.
Un bordello nel bordello: broker, agenti di cambio, operatori
di borsa, pronti a prostituirsi per un tiro di coca, una coppa
di champagne, una sveltina.
In cambio di poche frasi si poteva usufruire del paradiso artificiale
che questo impero dei sensi offriva, il conto dei loquaci clienti
veniva pagato da un generoso e anonimo benefattore. Non c’era
persona importante in qualsivoglia parte del mondo che non fosse
passata, passasse o sarebbe passata di là.
Il socio di madame Radiguet, affascinante, sui sessant'anni, completo
gessato, gardenia all'occhiello e sigaro tra le labbra accoglieva
con fare frivolo e mondano la creme della clientela, suggerendo
con studiato disincanto questa o quella tra le sette magnifiche
ragazze svestite di tutto punto, arrampicate, le lunghe gambe
a pendere sensualità e desiderio, dai letti preziosi delle
carozze o sdraiate lascive su divanetti della sala restaurant,
disposti attorno a una fontana a forma di putto dalla quale champagne
pregiato fingeva sgorgare.
Giorgio Sammartino sembrava aver impegnato molti dei suoi anni
a raffinare ragazze di lusso per una clientela di tipo tutto particolare,
clientela disposta a spendere mille franchi solo per parlare con
una delle sue veneri in mostra, cinquecento per una bottiglia
di champagne, altrettanti per un po' di caviale e salmone, unico
cibo in vendita sul treno dell’amore.
Theo Hoft, maturo uomo d’affari, era l’ultimo dei
clienti preziosi, quelli per cui Madame Radiguet preparava accuratamente
sempre una nuova ragazza: ora stava attraversando i vagoni, lasciava
che la capace tasca del barman inghiottisse una buona mancia si
confondeva nelle danze eloquenti delle ragazze, nel gioco malizioso
degli arazzi che rivestivano ogni ambiente, tra le statue vermiglie,
sottraendosi con disinvoltura agli sguardi sospettosi di Monika
Mefrouf, un tempo efficiente segretaria-amante di Giorgio, ibrido
mascolino tuttofare, posta all'ingresso a controllare con un metaldetector
gli ospiti della singolare maison.
Violet, biondissima, un corpo tutto raccontato da un minuscolo
vestito in seta, era destinata a Theo.
Trenta anni di seducente malizia, età limite per l’Arc
en Ciel, una bambina di quattro anni, un olandese perfetto appreso
in un suo soggiorno ad Amsterdam au pair, quando era ancora una
studentessa.
Un soggiorno singolare, conoscenze maschili e non solo, poi era
riuscita a salire al volo sull’ Arc en ciel, l’ultima
carrozza certo, del bordello più esclusivo, senza perdere
mai di vista lo scopo di quegli incontri con preziosi amici che
le forniva Madame: acquistare una casa di quattro piani nel centro
storico della città, decidere con chi alzarsi al mattino
e dove andare a dormire la sera.
E il modo l’aveva intuito: qualche informazione graziosamente
pagata cash, sicuramente meglio di una delle sue richieste performance
amorose. Violet.
Theo, però, non voleva informazioni di borsa ma qualche
dettaglio in più su Bluette e Orange - così si chiamavano
le ragazze, come i colori dell’arcobaleno, nessun altro
nome là poteva essere usato - due amiche arrivate un anno
prima e immediatamente inserite nella lavagna luminosa, bizzarro
arrivi e partenze di quel treno apparentemente senza meta.
Due ragazze che, diceva, aveva sognato.
E Violet non si faceva certo pregare.
Theo ascoltava l'argentina cascata di parole pagate che l'amica
riferiva con dovizia di particolari, date, nomi, clienti, ma era
Bluette che lo interessava.
"Prudence, mi pare si chiamasse così, non saprei di
preciso, intorno ai venticinque forse meno, altissima, mani lunghe
nervose. Bella. Strana. Sembrava volersi distinguere dalle altre,
fingeva scioltezza ma si capiva sentiva sporco questo nostro eccitante
mestiere - raccontava Violet assorta - ha sempre detto d'essere
francese, qui del resto il capo non prende nessuna ragazza che
non sia francese per non avere problemi con l'emigrazione, ma
io sono sicura che non fosse così. Straniera, Americana,
forse. Australiana. Diceva che mille franchi l'ora erano troppi
per poter fare la difficile, che con quelli avrebbe completato
la sua opera, perché lei in realtà era, mi pare
di ricordare, un’artista e quella un'esperienza estrema
che presto avrebbe dimenticato. Sai? Io sospetto che né
lei, né la sua amica si prostituissero davvero. Giorgio
e Monika ci avevano lasciato intendere che si nascondessero qui,
sul treno dell’amore… Perché? Biches, le cerbiatte,
tutti abbiamo sempre pensato che fossero lesbiche… Il fattaccio,
poi, è capitato quando è arrivato il ginecologo,
doveva sottoporle a visita periodica, sai, le malattie veneree
e tutte quelle balle, come se fossimo così stupide da non
proteggerci da tutti quegli uomini che bazzicano qui. Bè,
Bluette e Orange avevano evitato la visita per un sacco di tempo,
credo per tutti i mesi che sono state qui, ma quel giorno le ragazze
avevano deciso che non avrebbero più lavorato se quelle
due non avessero avuto il cartellino sanitario aggiornato. Vuoi
sapere come è andata a finire? Sono sparite, così,
all'improvviso. La cosa più strana è che nessuno
dei clienti ha più chiesto di loro, del resto chi le avvicinava
pagava anticipatamente, si dichiarava soddisfatto, ma non le richiedeva
più. Tu sei il primo a chiedere ancora di loro."
Theo Hoft provava un sentimento diviso, misto a una confusa eccitazione
per quel chiaroscuro in ritratto: due ragazze torbide, affascinanti,
giuste.
Due ragazze che, per quanto fuggissero, loro malgrado, lasciavano
ovunque l'odore intenso del loro passaggio. Odore da seguire come
segugi la selvaggina.
Bella storia d’almanacco fin du siecle: una vedova piacente
e compiacente, il suo maturo amante, un ibrido femminino a nome
Monika, sette colori, sette carrozze lucide, sette demivierges
e, tra loro, le biches,: due spicchi d’arcobaleno in fuga
su di un treno fissato a un binario. Morto.
Il pensiero, quello inquieto e torbido della morte, aveva disturbato
Theo, insieme alla paura per una vicenda, sepolta tanti anni prima
e che ora, vigliaccamente, si presentava a chiedere la riscossione
di un credito con tanto di interessi.
E la cassiera non era più una, né sola: misteriosa
e viva appariva una donna che - adesso lo intuiva con fastidio
- recava segni di un passato che lui aveva conosciuto.
Adesso, Violet lo respingeva fuori dalla stanza, come stanca delle
chiacchiere, insoddisfatta della parcella o del suo avere detto
troppo.
La porta dell’elegante carrozza foderata di seta, morbida
di voluttuose pellicce abbandonate su tappeti di pregiato oriente,
si era aperta su di un corridoio carico di profumi complici: una
compita cameriera chiedeva, con formalismo rigido e in perfetto
olandese, a Theo cosa desiderasse, mentre dalla sinuosità
di un divano di morbida pelle gialla, nel divisorio arabescato
tra una carrozza e l’altra, una voce di donna che mostrava
di sé solo un cascata di morbidi ricci scuri insisteva:
"E’ lì, Dominique?"
La cameriera aveva escluso la donna dalla vista di Theo che, adesso,
osservava con curiosità la sequenza di porte chiuse appena
visibili nella penombra del lungo corridoio che gli stava davanti
indicato da un a stuoia di uno strano colore metallico che ricordava
quei sentieri luminosi che negli aerei indicano le uscite di sicurezza.
Inutili nell'uno e nell'altro caso s'era sorpreso a pensare.
Ma chi era quella donna che sinuosa e lenta sprofondava sempre
più nella poltrona? Theo si sentiva costretto a guardarla.
La pelle di pregiato velluto bruno: esotico capriccio per Giorgio,
il macchinista di quel bizzarro treno senza meta, s’era
trovato a pensare, rimaneva ostinatamente di spalle, mostrando
di sé solo quel tanto che scopriva lo specchio di fronte:
la metà chiara di un volto in ombra, labbra carnose serrate,
l'occhio uno solo, duro.
Sospinto verso il vagon- restaurant e incatenato dalla sottile
malia di quella apparizione, Theo aveva la sensazione del deja
vu, tutto, intorno a quella donna sembrava costruito. Costumi,
scenografia, attrezzeria apparivano l'ingombro di una scena di
cui non ci si poteva liberare. La donna, dalla pelle d'ambra e
di seta, messa in mostra da un vestito di seducenti strappi, raccontava,
nella sua ferma volontà a non mostrarsi, una storia immortale.
D’harem, di lascivia: eccitante invito a abbandonare il
sobborgo placentare per nascere, finalmente, donna.
Quegli oggetti, quei costumi, quell'ambiente suggerito dal corridoio
in fuga non cedevano, ma trovavano solido appoggio nel peso storicamente
sedimentato dell'approccio al vero di Theo, che bloccava in modo
disperante ogni slancio verso una sapienza o una coscienza condannate
a apparire solo in filigrana.
La donna appariva a Theo come una minaccia, inquinata da una perversa
arte dissimulatoria. Bella e seducente, medusa capace di impetrare
anche attraverso il solo riflesso di uno specchio.
Cos'era che difendeva? Il privilegio di un posto conquistato a
fatica, attraversando ad uno ad uno tutti i vagoni di quel treno,
o piuttosto la paura di essere riconosciuta. Ma riconosciuta da
chi? Un cliente forse. Ancora una domanda aperta. Cliente: quale
la merce che la donna aveva venduto?
Ora quel viso d’ebano, senza sorriso, si affacciava dolente
dallo stretto del vetro obliquo e istoriato di un vagone che-
ora se ne avvedeva – era assolutamente bianco. Colore non
colore, improprio per l’Arc en ciel.
Lo sguardo di lei si incollava sulle spalle di Theo sembrava volerlo
trattenere. Chi era quella donna?
Era andato là a cercare le septieme ciel dell’Arc
en Ciel, come gli avevano suggerito, ora, invece, avvertiva un
viluppo tentacolare assalirlo d’ogni dove: preda della bellezza,
schiavo della voluttà.
Adesso, come sempre nella vita, come quando – ma perché
adesso era costretto a quello scomodo ricordo? - aveva tentato
di pagare l’amore e il silenzio d’una giovinetta immacolata.
Una giovinetta che non aveva accettato né l’uno né
l’altro e, violata, s’era gettata sotto un treno,
in un’alba lattescente, poco prima che l’arancio del
sole sfidasse l’azzurro del cielo. Violet, Blanche,Orange,
Bluette.
Era stanco, stanco e turbato.
Aveva pagato Violet abbastanza per potersi permettere qualcosa
di più delle sue chiacchiere e così s'era rifugiato
nella sua carrozza, steso sul letto, aveva allentato la cravatta
e allungato la mano per arrivare al tavolino dove un calice di
vino rosso dal gambo sottile era pronto per lui.
Strana mistura di speziata sapienza, costruiva fantasie malate:
Madame Radiguet in pianto per una sua figlia morta, Giorgio amante
fedele, Monika, la sorella, dura d’acciaio indaco e poi
lei, la Signora Nera, con il suo corteggio fedele di ancelle,
alla guida dell’Arc en ciel: destinazione l’Inferno.
Coraggio Theo, coraggio. Il treno sferraglia, per te, la sua ultima
destinazione.
Un sorso, solo un sorso era bastato per regalargli il sonno che
non dura una sola notte.
Cronaca del sabato
sera
di Luca
Per
sabato sera era stata organizzata la prima uscita del 2005 con
Franco e Roberta, due amici degli anni universitari. Meglio: ai
tempi Roberta era una mia amica, cofondatrice con me di una rivista
di pungente opinionismo politico (erano gli anni di Tangentopoli)
e prodiga organizzatrice di feste alcoliche nelle quali la quadriglia
non era la danza piu' danzata. Franco era pure un suo amico (si
sono messi insieme da soli cinque anni), ai tempi nobile della
Golia Confraternita con il nome di Giulietta, e lui ed io ci conoscemmo
ad una di queste feste alcoliche durante la quale io fui l'unico
a non cadere in un suo astutissimo scherzo.Da un paio d'anni,
e' tradizione che Grazia ed io, con Franco e Roberta, si vada
cenare in una trattoria ai margini della citta', di quelle poco
note e defilate dove si mangia tanto e bene in un ambiente robusto
e genuino e si paga poco, e poi si vada a fare un giro alla scoperta
della Milano sconosciuta delle periferie, a bere il bicchiere
della staffa alle due di notte tra casermoni che crescono in mezzo
ai campi in bar dal nome curiosamente spiritoso del tipo "Bim
Bum Bar", in cooperative socialiste ai margini del Gallaratese,
all'Old Station Pub che fronteggia la stazione ferroviaria di
Bruzzano e, insomma, in posti cosi'.
Durante questi tour, mentre Grazia e Roberta si confrontano sulla
salute delle madri, i resoconti delle ginecologhe, i datori di
lavoro, le spese per la casa e tutti questi argomenti di cui ha
la fortuna di poter parlare chi non e' afflitto dalla sindrome
di Peter Pan, Franco ed io ricordiamo bottiglie e gesta amorose
di 15 anni fa, intoniamo un paio di gaudeamus, conveniamo che
la borghesia e la vita dopo i 30 anni sono abbastanza esecrande
e, ultimamente, ci consultiamo sugli aspetti formali e le tradizioni
dell'Ordo Phallucae di Rocca del Monte.
Ultimamente le nostre uscite vedono una guest star, fortunatissima
sorte che sabato e' toccata a Cristina, un'amica mia e di Grazia,
e al suo compagno.
Come al solito, a me viene affidata la scelta dei luoghi in cui
muoverci, sia la trattoria che il quartiere del dopocena, che
io comunico solo all'ultimo momento.Cosi' per questo sabato avevo
prenotato alla trattoria "Alla grande" di Baggio dove,
stando ad una recensione trovata in un forum su internet, ci si
ritrovava in un ambiente da vecchia trattoria milanese, a gestione
famigliare, per niente alla moda, dove un individuo noto come
"il Tristezza" intratteneva musicalmente gli avventori.
Baggio tra l'altro... la vecchia Baggio, quella delle case di
ringhiera da paese con i tetti che ricordano i tetti di Heidelberg...
e' un quartiere al quale sono molto attaccato sentimentalmente,
dove mi sono innamorato negli anni verdi e dove tengo le mie conferenze
su Leopardi.
Sabato mezzogiorno, pero', mi telefona Franco: ha la febbre e
non se la sente di uscire la sera, mi chiede di rinviare l'uscita
a settima prossima.
Grazia ed io, fermo restando che sabato prossimo usciremo con
Franco e Roberta, decidiamo di andare comunque a cena alla trattoria
"Alla Grande" di Baggio. L'ambiente e' rustico come
descritto, la sala da pranzo si trova al piano superiore tutta
in legno e arte povera, mentre al livello stradale si trovano
i banco delle mescite ed i tavoli per i clienti piu' abitue' che
chiaccherano con il gestore, mentre la figlia ventenne e molto
graziosa serve ai tavoli.
Prendo un antipasto di salumi piacentini, un risotto alla monzese
(con zafferano e salsiccia), un ossobuco con polenta, un sorbetto,
un paio di bottiglie di vino della casa (divise in quattro) ed
un fernet, tutto buonissimo per la cifra di trenta Euro.
Il Tristezza e' un uomo sull'ottantina, che con una voce bassa
e timida ti chiede cosa puo' suonare. "Per non sbagliare",
dice, attacca con "O mia bella Madonina" seguita da
un pezzo napoletano di cui non ricordo il titolo, poi sicocme
non gli veniva il mio Aznavour mi fa Yves Montand e poi suona
"My way" per Cristina. Io sono un pochino triste, perche'
sento la mancanza di Franco e la valanga di cazzate e di scherzi
che rotolano a ruota libera gli uni dietro le altre. Cristina
ha una chiaccherata un po' troppo normale e da donna matura per
i miei gusti. L'atmosfera di Baggio e gli occhi della cameriera,
inoltre, mi portano ricordi che preferisco non raccontare a Grazia.
Alla fine andiamo. La cameriera ci dice di pagare giu' alla cassa.
Ed e' qui, alla cassa mentre aspetto il gestore per pagare, che
la vedo appoggiata su un tavolo: l'edizione Bietti del 1833 di
"Jill, ragazza bizzarra" di Wodehouse.
Prendo il libro in mano, lo sfoglio e lo risfoglio e, quando arriva
il gestore, gli chiedo se e' suo.
"Certo che e' mio!" mi risponde "Io sono un appassionato
di Wodehouse. Piace anche a lei?" "Si', lo sto scoprendo
in questo periodo"... rispondo. "Eh! Siamo in pochi
a capire il suo umorismo. Oggi non lo considera piu' nessuno.
Guardi qua!" E mi mostra, dietro la cassa, un'intera collezione
di prime edizioni italiane di Wodehouse. Cosi', ci mettiamo a
chiaccherare dell'umorista inglese e delle traduzioni di una volta
(che lui preferisce e va a cercare sulle bancarelle) rispetto
a quelle di oggi. Una scena degna di Sterne, con tanto di Grazia
e Cristina che attendevano pazientemente sulla soglia. Alla fine,
il gestore mi mette in mano l'edizione Guanda di "Una damigella
in pericolo" e mi chiede: questo l'ha letto? "Non ancora"
gli rispondo.
"Me l'ha regalato un mese fa mia figlia. Non e' dei migliori,
ma e' sempre forte. Lo prenda, lo legga. Si ricordi di riportarmelo,
pero' (concetto, questo, che mi ripete tre o quattro volte)".
Cosi', con il mio Wodehouse sottobraccio, sono tornato raggiante,
felice alla macchina. Ho sospeso tutte le letture della settimana
per dedicarmi a "Una damigella in pericolo", perche'
ho deciso che sabato con Franco e Roberta torneremo in quella
fantastica trattoria ai margini della citta' e dei miei ricordi,
in modo che io possa restituire il libro al ge store e farmi nuovamente,
con lui, una sana chiaccherata sui vecchi buoni libri.
Almost Blue
di Lisa
Se
ne sta là, seduta. La penna, il foglio, la scrivania e
l’oscurità facile in cui stare. Persa nell’assenza
dei contorni e degli spazi, con l’unica certezza del suo
respiro.
Si
strappa a fatica da quell’abbraccio muto e incolore, e accende
la luce.
Mio
caro, scrive curvando le o in cerchi perfetti, due vite chiuse
a recintare spazi bianchi, due margini da cui è possibile
cadere nel niente.
Mio.
Prendersi come due capi usati, scovati fra i banchi di un mercatino
di paese, abbagliati dall’acquisto da non vedere il bottone
sul punto di cadere o l’orlo usurato della tasca. Già
logori di vita e di amori altrui. Sradicati, portati altrove da
vortici di vento come vecchi tronchi sterili. Rami secchi per
brevi fuochi, effimeri come il bagliore di una scintilla che t’inganna
di luce, ma non ritorna.
Lei
pensa che si torna verso qualcuno, qualcosa che ti appartiene,
a cui si appartiene.
Mio
caro, e sente quell’affetto, asciutto di odore e sapore,
abbandonarla come un’aura, lo vede incastrarsi in filigrana
fragile nelle due parole, la svuota e la lascia come una specie
estinta, incapace di riprodursi, forse stanca di lottare. È
lì, come un’impronta fossile e lei non può
seguirla. Lei è troppo lontana di corpo e carne, solida
di solitudine.
Mio caro, e non c’è più niente oltre quella
sottile catena di lettere.
Non
sempre si conclude quello che s’inizia. Ad un tratto la
fine si riavvolge sul suo stesso filo, come un gomitolo che si
gonfia sulle dita, e ad ogni giro imprigiona il suo inizio in
un disordine interno che attende di essere dipanato, liberato,
per potersi poi disperdere, forse, in un nuovo inizio.
Lei, ripercorre lentamente con un’unghia le due parole,
accartoccia il foglio e spegne la luce. Lo scintillio di una stella
buca la massa compatta del cielo, lei rimane a lungo a guardarla.
Pranzo
d'autunno
di Giorgio Maimone
Strana
luce. Giornata che tende all'autunno. Tende all'autunno anche
l'umor mio. Tende color autunno anche sulle finestre di casa mia,
in sintonia con i miei anni di castagna.
Il mio mood e' variabile e mutevole
esattamente come il vento e le stagioni.
E' un mood autunnale,
simile alla stagione della vita mia.
Alcune giornate radiose, altre grigie,
altre decisamente brutte.
Ogni tanto cadono le foglie
e il vento le porta via in gioiosi mulinelli,
filtra il sole tra la polvere
e le colora di arancione, di rosso, di marrone.
Color mattone, color bosco, castagna-foglia.
Cosi' gli anni miei.
Anni di castagna.
Col gusto dolce della marronita.
Col senso legaccioso della polpa.
Con gli spilli, infingardi, invisibili e bastardi
del riccio.
Ricordi, ricordi vaghi e imprecisi che corrono sui fili della
luce. Luce poca. Luce che potrebbe anche essere invernale. Ma
freddo non c'e' ancora. Foglie che cadono si'. Foglie rosse, gialle,
vermiglie, ocra. Turbinano un po' per aria e si depongono e dispongono
ai miei piedi. Cerco di prenderle con le mani. Per ogni foglia
afferrata un desiderio che si avvera. Ho desideri? Che importa,
tanto di foglie non ne afferro. Puo' avvenire solo per caso. Fingendo
di distrarsi. Cosi' la vita. Non l'afferri se la cerchi. Puo'
capitare solo di sfroso. Facendo finta. Facendo finta che ...
Facendo finta che non te ne interessi molto.
"Scusi lei ... anzi scusa tu. Facciamo un po' di strada insieme?"
"Non so. Io vado altrove"
"Perfetto! La stessa rotta mia!"
"Se e' rotta perche' non ti fermi un giro a ripararla?"
"Uh! Questo e' quella cosa che chiamano sarcasmo? Era un
po' che non ne assaggiavo..:"
"Ne ho scorte ampie ... e di tutti i gusti. Al lampone, alla
mandorla, alle cozze ..."
"Alle cozze?"
"E' un tipo di sarcasmo ... un po' chiuso..."
"Viscido...."
"...ma saporito!"
"Vabbe', forse e' meglio che vada a passeggiare altrove"
"No, dai sta qua. Dissodiamo gli stessi campi, su!"
"Sui campi mi rompo la schiena. E gia' e' "duro campo
di battaglia il letto"
"Una chi?"
"Una che cosa?"
"Una Chi. Stai citando Una Chi"
"Una chiunque, forse. Stavo citando me stesso"
"Ma sbagliavi, citavi col titolo del libro di un'altra"
"Mica colto io. Incolto, non coltivato. Come un campo pieno
d'erbacce."
"Appunto. Vedi che abbiamo da dissodare un campo?"
"Mi vuoi dissodare o disossare? Gia' non ci capisco niente"
"Parlami di te"
"Uhm. Si inizia cosi' e si finisce a letto, vero?"
"Falso. Non ce l'ho neanche."
"Spero che tu ti riferisca al letto"
"Al letto, a un tetto sulla testa, a uno scopo nella vita..."
"Randagia?"
"Praticamente. Chiamami Lilli ... e il Vagabondo, ovviamente.
Ma faccio tutto da me. Se serve abbaio anche"
"E mordi?"
"Coi proverbi te la cavi male, neh? Can che abbaia ...Can
che abbaia ..."
"Appena smette ti morde! Questa e' la realta'. Non mi dirai
che credi a cavolate tipo "mogli e buoi"..."
"...che pero' e' sempre meglio che non avere una moglie vacca!"
"Aiuto! Qualcuno me la tolga d'attorno! Credevo fosse il
mio ruolo quello di sparare battute sarcastiche. Andiamo a rileggere
il contratto! Vediamo il copione! VOGLIO VEDERE IL COPIONE! Sono
sicuro che queste battute toccavano a me! Se me le rubi tu io
resto senza lavoro"
"Improvvisa"
"Che devo fare?"
"Improvvisa, inventa. Crea. Sii te stesso. O comunque una
copia almeno credibile. Lo so che ti puo' costare dolore... ma
dio santo, qualcosa dentro dovresti pure averlo no?"
"No ... ehm e' che non so ... non ho ... e' cosi' tanto che
... come dire. DISIDRATATO. Ecco. Questo e' quanto. Mi sento disidratato.
Senza liquidi dentro. Per questo bevo. Perche' cerco un modo di
reidratarmi. Qualcosa da bere, per favore! Fate la carita' ma
lasciatemi bere. Qualsiasi cosa. Vino, sangue, sperma, vite..."
"...dalla vite il vino, dalle vinacce la grappa. E dalle
vitacce colpi sulla groppa. Ma groppa d'asino non sale in cielo"
"Questa e' inventata sul momento!"
"Si', lo ammetto. Ma posso fare di peggio. pero' dovrei concentrarmi
di piu'"
"D'accordo. Che facciamo adesso?"
"Questa battuta l'ho gia' sentita"
"Gli avvoltoi de "Il libro della giungla"?"
"Aspettando Godot di Beckett"
"Detto io che sono incolto!"
"E se andassimo a mangiare?"
"Buona idea. Ho voglia di pesce oggi. Ti va il Tintero?"
"Cheschesse' il Tintero? Una tintura a base nero?"
"Madamuasel, e se fosse un ristorante di pesce?"
"Ah no, non voglio andare in ristorante dove il padrone sia
un pesce!"
"Non e' il padrone. Sta nei piatti..."
"E' un lavapiatti? Gia' lo vedo meglio, ma ..."
"SI MANGIA!"
"Ehhh! E che urli? Lo sapevo, sai? Prendevo solo tempo ..."
"Ma se prendi cosi' tanto tempo per scegliere cosa mangiare,
cosa faresti se dicessi che ti amo?"
"Amo ... pesce ... vedo ... intravedo un legame. Va la' che
sei una vecchia lenza!"
"Vecchia, andiamoci piano! Ma tu glissi."
"Glisso, sviscio, striscio, evito, scivolo, sbiadisco, traspaio,
paio e non paio. Maledetti, non mi avrete mai viva!"
"Ma che fatica!"
"Eh si', ma che bello, anche!"
"Sei sposata?"
"Nzo. Oggi che giorno e'? Lunedi'? No, di lunedi' no"
"Martedi' sarebbe stato si', eh?"
"Martedi' SARA' si'! E' diverso."
"Ti sposi stanotte?"
"Naa. Joe Metafora oggi non ne azzecca una! Fatti furbo...."
"Potrebbe essere cosa che riguarda me?"
"Ma tu vuoi sposarmi?"
"Piu' che altro vorrei spostarti ... ho fame. Ecco, ora piove
pure. Mancava questo. Meno male che non e' lunedi' ..."
"Oggi E' lunedi'. Rassegnati. Inizio settimana, piove, fa
freddo e c'e'pure nebbia"
"Niente pesce allora. Giornata piu' spessa, ci vuole cibo
spesso. Il pesce poi rischiamo di vedercelo passare per aria.
Osterie lombarde, ti va? Scegli:
"Lungoladda, Osteria del tempo perso, La colombina, L'angolo,
La barbina., Tenuta il Boscone, Locanda del Sole, Trattoria del
cacciatore, Antica Osteria del Cerreto. Antica Trattoria Mombrione....
"
"Maleo,
Casalmaiocco, Sant'Angelo Lodigiano, San Colombano, Bertonico,
Abbiadia Cerreto, Tavazzano, Corte Palasio...."
"Camini
accesi, bottaggio d'oca, luce fioca, un po' di nebbia. Qualche
brivido".
"Missoltini,
Nervetti, Risotto di zucca al Pannerone, Pollo con luganega e
verza stufata, Lingua bollita, Frittura di pesce gatto, Bolliti
misti, Raspadura, Zabaglione caldo, Cotechino in crosta, Spadellata
di funghi allo scalogno, pure' di castagne e amaretti, Polenta
con anatra, Anguilla del Borgo di Lodi".
"Ricordi,
frammenti, sospiri, sospetti, sospesi. Parole. Poche. In campagna
si pensa. Si tace. Entra la nebbia se si parla. E poi, quando
parli, esce solo nebbia. Taci. Ma guarda".
"Ma guardami e sogna".
"E soffri. Siamo qui. Siamo nati per quello".
"Ti tocco".
"Forse"
"Forte.
Ti tengo. Mi scappi. Mi sfuggi.
Mi resta in mano una tua spallina.
Scappi nella nebbia con la spalla nuda.
Sei nuda".
"Sul fiume?"
"Nel fiume".
"Vicino al fiume".
"Galleggi nel fiume e tendi al mare".
"Ti tendo
la mano
e non trovo parole".
"Ma solo un silenzio
che sa di legna che brucia
e di te".
"Del camino
acceso
li' sotto
al tuo corpo".
"Mi scaldi?
Ho freddo.
Ho bisogno.
Ho voglia di te".
"Mangi con me?"
"Forse ..."
"Uhm, qui si va troppo per le lunghe. Spediamo la prima parte?"
"Fatto!"
Antonio de Paola - L'incidente
di Kosta
PREFAZIO.
Certe volte rimango stranito a pensare a quali piccole cose possono
cambiarti una giornata.Non più di una giornata, per carità
, forse due, al massimo tre. Se proprio piccola piccola la cosa
non è, te la ricordi per sette giorni . Ma poi …
pffuu!!! Certe cose sono come il profumo che ti metti addosso
per sentirti profumato tu e per far sentire il tuo profumo agli
altri. Certe cose sono come il tuo lavarti completo, inzuppato,
nell’acqua.Di solito due volte alla settimana Sapete quei
bagni con la schiuma che paiono toglierti la fatica di dosso?
Ecco. Che pare che quando esci ti senti una sorta di dio pulito.
E poi invece finisci per sentire che, se il primo giorno sei ancora
profumato, già al secondo l’odore ed il maleodore
si contendono il predominio delle tue ascelle e dei tuoi inguini.
Ed al terzo giorno sei francamente tornato a puzzare come prima.
Certe cose sono come la presa, raggiante di buone intenzioni,
della Santa Comunione al giorno di festa della Domenica.Questa
storia che vi vado a raccontare è una di quelle storie
piccole piccole, che ti ricamano due punti di affermazione ed
un punto di domanda ad un angolo, ad un pizzo,della tua giornata
fatta a forma di fazzoletto. Non voglio dire di quei fazzoletti
usa e getta, quelli con cui ti pulisci il naso o ti detergi gli
occhiali . No, voglio dire di quei fazzoletti molto più
da conto, di quelli tessuti e stirati con accuratezza, di quelli
su cui ci hai voluta ricamata la tua cifra sopra.
Venerdì
diciotto di aprile. In quest’anno capita che il diciotto
d’aprile sia un venerdì santo.
La mattina io sto regolarmente nel mio studio di dottore in medicina.Di
fronte a me la paziente mi chiede, con finta sofferenza e sicura
impertinente sfida, cosa fare del suo ginocchio divenuto nei lunghi
anni della nostra conoscenza, sì , assolutamente artrosicissimo
. La paziente è una di quelle che portano l’ottantina
e passa con l’idea che neanche i novanta e passa le basterebbero.
Ma mentre dice che si augura “ per non dare fastidio a figli
e nipoti, una morte di subito”, torna a mostrarti il ginocchio
appena appena gonfio ed a fare un giro, una quasi piroetta da
circo, nello spazio angusto dello studio.Per dimostrarti, alla
fine della piroetta, che con quel ginocchio lei zoppica davvero.
Squilla il telefono. E la segretaria mi passa mia moglie:
- Sì , sì … ah …. ma come cacchio…
ah .. ma non è colpa sua?… e va bene.. ma non potresti
andarci tu… Essì … se posso… ma ho due
visite ancora… e che vuoi… venti, trenta minuti…
dipende… ma dove poi.. ah vicino al mercato di via Gramsci….
Ma nennella sta tranquilla? Eggià, non è colpa sua.
Abbasso il ricevitore. E la signora pare aver capito dalla concitazione
della telefonata che per oggi non c’è più
trippa per gatti.Nel senso puro e semplice che la sua artrosi
al ginocchio dovrà aspettare la visita puntuale del prossimo
mese. Ed in quella tornerà a scaraventarmi addosso tutto
quello che, per rispetto alla mia angosciosa fretta percepita
dal mio sillabare telefonico, aveva taciuto. Cioè, tanto
palpitare di cuore e smuoversi e gorgogliare d’intestino
e poi “un dolore qui, ma non proprio qui, un po’ più
giù”. E alla fine, ultimo atto, “ che mio figlio
sono sei giorni che non mi viene a trovare”. La signora
a questo punto sa che la scribacchieria d’una qualche medicina
per i suoi dolori è la giusta conclusione d’una visita
così e così del suo benvoluto dottore. Una visita
così e così nel senso che il suo dottore l’
ha abituata al meglio, ad ascoltarla di più. Ma comunque,
- non dico per dire - lei sa che in quello studio una visita “così
e così” l’ha dovuta subire qualche volta, ma
una visita cialtrona non l’ ha ricevuta mai.
-“Mi stia bene, dottore. E pensi anche un poco a lei ed
alla sua famiglia, che ad andare appresso a noi vecchie ed ai
nostri dolori c’è da impazzire.”
E tutto questo detto uscendo e zoppicando sì , ma meno;
e rigirandosi a salutarti, con un sorriso sornione. Di chi sta
al gioco di malata e dottore, ma ha capito tutto.
Ci si compiace di certe cose e di certi sorrisi. Ma non c’è
tempo più di tanto per ricambiarli e per tenerteli sulla
bocca e poi assaporarteli. Devi inghiottirli e subito. Riprendo
in mano la cornetta del telefono e faccio lo ‘zero’
della segretaria.
- Quanti ne ho ancora?
- Due, ma uno è una cosa da poco.
Io temo le “cose da poco” della mia segretaria. Ma
non perché dopo vent’anni di questo lavoro lei non
sia in grado di valutare la portata del problema. Il fatto è
che a fine mattinata finisce per parteggiare per me e non vede
l’ora che io e lei, entrambi, ci spicciamo.
Però questa volta ha visto giusto. Una influenza appena
agli albori ed un certificato di sana e robusta costituzione.
Esco dallo studio pensando che comunque ho fatto tardi . Il traffico
del venerdì santo ha qualcosa di bestemmievole. Ma taccio,
ed il fatto che mia figlia abbia fatto il suo primo minutissimo
incidente stradale mi rende ancora più apprensivo e cauto
nella guida. Come potrei giustificarle il fatto che per soccorrerla
io stesso mi sono concesso il mio personale incidente stradale?
Niente ci vuole. Ma proprio niente. Basta una toccata all’autoradio
che ti caccia fuori una canzone degli anni settanta che ti fa
ricordare un non so che di primavera avvampata che poi, a cascata,
ti sprigiona ricordi di primosesso. Ma che ci vuole?Arrivo al
posto dell’incidente. Mi aspetto di vedere mia figlia e
gente intorno a discutere di filosofia e dinamica e delle regole
più recondite ed ignorate ed incognite del Codice della
strada.A modo loro- si sa – e perlopiù in dialetto
campobassano, o con un italiano accorato e disdicevole, tutti
parlano dell’ incidente, mischiandolo con quel “del
più e del meno” che tutto è della nostra vita
e di cui niente resta a testimonianza. L’incidente –
ho pensato un attimo prima di arrivare – è come la
moviola del calcio. Quasi sempre dimostra chi ha torto in un fuorigioco
od in un rigore non concesso. Ma poi, chi riconosce le sue colpe
ipotetiche sancite dall’evidenza? Nessuno. Figurati. Intervistati
poi, davanti alle telecamere, allenatori presidenti e giocatori
dicono che questa non è una prova testimoniale, ma però
avevano ragione loro. E però il risultato è giusto
ed insindacabile. Anche se avrebbero meritato almeno di pareggiare.
E, comunque sia, questo passo falso non mette in discussione lo
scudetto Che cazzo sto pensando, e dove me ne sto andando a parare.
Meglio litigare sulle intenzioni del fatto e tirare a campare
. Meglio non chiamare la forza pubblica che comincia a cacciare
il rollino delle misurazioni e poi , nel pieno della autorità
e vestibilità della loro divisa, dopo la sparata, concludono
e verbalizzano che sono comunque e sempre cazzi vostri e delle
rispettive vostre Assicurazioni. Pannoloni per pisciate adulte
venduti a prezzo esorbitante. Io in automobile a volte stradico.
Cioè, mi metto a pensare più del dovuto.Ed invece
nessuno c’è attorno alla Peugeot verde metallizzato
. Però sta parcheggiata bene, penso.Me la rigiro con lo
sguardo camminandoci attorno. Non mi pare che ci sia niente di
diverso. Questa sul parafango di destra è la botta presa
da mia moglie l’anno scorso e quella di dietro è
la botta presa da me appena una settimana fa. Roba conciliata
già. Però, per mancanza di tempo, sta cazzo di macchina
non s’è ancora vista la via di portarla a rimettersi
a nuovo dal carrozziere. Esce mia figlia dal supermercato. Mi
dice : “Papa, che ci fai qua?” Si capisce subito che
avrebbe voluto trovare la mamma. Su di lei atterra sempre sul
morbido. Anche in situazioni come queste.
- Ma allora Rossé?
- Niente, papà, io stavo parcheggiata, ferma, … un
vecchietto con un Ape , il camioncino, affianco a me … e
drunch e drunch, e marcia avanti e marcia indietro, per uscire
dal parcheggio prima di me. Glie l’ho pure gridato, glie
l’ho urlato - devi credermi - che mi stava toccando il muso
di sinistra della macchina mia E lui niente, drunch e drunch,
vicino
Lui niente, sordo. Secondo me è un po’ vecchio, ma
pure rincoglionito. E che cavolo, papà, ma con certa gente
come fai?
- Per favore,. Rosse’ mi fai vedere il danno?
Me lo indica con il dito . E’ una sottile striscia che ha
scorticato appena dieci centimetri del parafango anteriore sinistro
ed è finito, naturale,pure per sbrecciare appena il vetro
dei fari, che costano una madonna di soldi a rimetterli nuovi.
Il primo pensiero che ho avuto è che si può vivere
pure senza di questi casini. In fondo, quante volte ti sei sbucciato
un ginocchio giocando a pallone? E a chi lo dicevi allora? Ti
rialzavi e tornavi a correre. E poi il ginocchio, la ferita, si
rimarginava e ti lasciava quelle cicatrici lineari, bianche, che
non si abbronzeranno mai più. Ma che importava allora.
Però la macchina è un ‘altra cosa. Seminuova
e di tua moglie. Lei non accetterà il compromesso dell’ultima
volta; che sembrava di aver ragione e poi le hanno fatto pagare
i danni e lo scatto della classe di assicurazione. C’è
rimasta troppo male, tanto che quasi se l’aspettava e la
fomentava la situazione che quella fiancata fosse, prima o poi,
stata scalfita da uno che avrebbe avuto torto, torto tanto evidente
quanto marcio, e che , tramite Assicurazione, l’avrebbe
ripagata, con gli interessi , della prima e dell’ultima
botta. In fondo, la macchina, come il quartino di casa, è
la nostra sudata proprietà; è tutto quanto sappiamo
dire di noi agli altri; di quanto abbiamo saputo ottenere dalla
vita. Ed in strada, come ad una riunione di condominio, la difendiamo
con puntiglio e con rabbia, rispolverando espressioni di giustizia
ed ingiustizia che non siamo usi a tirare fuori neppure in situazioni
di gran lunga più eccezionali di queste. Insomma, è
un “guai a chi ce li tocca”. Quasi come i figli. Eppure,
malgrado tutto ho ricominciato a pensare per fatti miei. Quasi
a vanvera.
Prima o poi devo smettere definitivamente. Intanto mi accendo
una sigaretta. Anche di questo devo smettere. Ma una “smessa”
alla volta, per favore.
- Ma dove sta mo’?
- Papà, … se n’è andato, ma ha riconosciuto
che la colpa era tutta sua. Mi ha lasciato questo biglietto. -
E mi porge uno striminzito e sgualcito pezzo di carta , un biglietto
da visita di un negozio di macchine agricole, su cui , a margine,
con scrittura malferma è scritto il suo nome e cognome
e l’indirizzo. Neppure il numero di telefono.
- Ma il numero di telefono?
- Mi ha detto che sta sull’elenco.
- Ma almeno il numero di targa?
Rossella mi guarda tra l’imbarazzato e lo sfastidiato, come
a volermi far capire: “papà, a me hanno insegnato
come portarla la macchina, mica a che succede se faccio incidente!”
E c’hai ragione Rossé. Questo te lo dovevo insegnare
io – penso, ma non lo dico a lei, non sia mai.
Per adesso questi piccoli incidenti della vita me li tengo tutti
per me. Poi …poi si vedrà.
- Ma come t’è sembrato?
- Un bravo cristo, papà. Solo che è vecchio…
e un poco pure…
- Rincoglionito, lo so, l’hai gia detto.
Rossella se ne va tranquillizzata dopo che io l’ho aiutata
– per farle vedere – a far manovra per uscire dal
parcheggio facile facile. Ed a me, appena esco dalla macchina,
mi ferma un mio paziente che stava lì a guardarci mentre
discutevamo.
- Dottò, ho visto tutto.
- Embé?
- No , vostra figlia non c’ entra niente . E’ stato
lui.
- Lui a fare che?
- A fare incidente.
- Ma tu hai visto veramente tutto?
Michelino Stanziale, da quando lo conosco ed è mio paziente,
è uno che passa le giornate a vedere tutto.
- No, io proprio no. Ma mia moglie … sul balcone. Ed indica
la signora al quarto piano
La signora Nunziatina riversata con tutto il suo peso di sopra
sulla ringhiera - non da niente il suo peso di sopra sulla ringhiera
del balcone - mi saluta con la mano e mi fa - almeno così
credo d’intuire - un sorriso d’ intesa.
Io rispondo con un sorriso saputo.
- Va buo’ Micheli’, se servirà qualcosa….
Lo sapevo che l’avrebbe detto, ma io, che cacchio, quella
frase che mi sta tanto sui nervi con quel mio “se servirà
qualcosa” glie la dovevo proprio servire su di un piatto
d’argento, gli dovevo fare proprio da spalla?
- A discposizione, dotto’.
Con la “s “ di “discposizione” strisciata,
servile e furba.
Rientro in macchina mia senza essermi fatto nessuna idea precisa
dell’incidente occorso a mia figlia. E me ne vado a casa
cosciente di sapere e potere ascoltare le angosciose domande di
mia moglie. No, invece mia moglie è nella fase petulante
semplice. Sa che la figlia fisicamente sta bene e quindi mi si
para davanti con fare giustizialista.
- Ci hanno ammaccato la macchina.
- E’ solo un graffio.
- Tu dici sempre così. Minimizzi sempre tutto tu. Come
l’ultima volta…
- L’ultima volta che? - faccio io quasi digrignando i denti
E realizzo che vuole insinuarmi ancora il sospetto che nell’ultimo
incidente provocato da lei, il suo torto marcio, che anch’io
le avevo attribuito in pieno, fosse solo una mia approssimativa
opinione.
Ed un errore, per così dire, giudiziario.Questa donna riesce
pure a non farmi pensare in italiano corretto. Infatti mi ha colto
in pensieri di bestemmie al peperoncino.
- Lasciamo perdere …va. Piuttosto, Rossella come sta? Mica
ha subito qualche contraccolpo… E vorrebbe dire qualcos’altro.
Ma si ferma.
Mia moglie sa che la parola “psicologico” a casa nostra
va usata col contagocce. Si può fare pure della psicologia
spicciola, purché la parola, espressa verbalmente in tutta
la sua pesantezza ed in tutti i suoi risvolti situazionali, resti
ai margini della nostra casa.
Ma questa non è un mio sfizio né una mia fissazione.
E’ semplice prevenzione all’abuso che potrebbe farne
lei una volta che liberamente le concedessi di tenerla tra le
mani.
- Nessun contraccolpo. S’è un po’ mortificata
perché è la prima volta e la macchina era la tua.
Se fosse stata la macchina mia, forse si sarebbe sentita peggio.
- Ma dove sta adesso?
- Dice che andava con Antonio ad aiutarlo in macelleria.
Mia moglie era già pronta per uscire. Raccatta qualcosa
in casa, si riaggiusta allo specchio le labbra col rossetto ed
esce. Due minuti dopo picchia al citofono:
- Io non ho macchina, Rossella ha la mia. Mi butti dalla finestra
le chiavi della tua, per favore?
- Va bene - dico; e le butto le chiavi dalla finestra.
Il “grazie” che mi offre con un sorriso , io alla
finestra e lei giù, è quasi un modo per dirmi che
il peggio per lei è passato. Anche per me. Mi siedo sulla
poltrona e accendo col telecomando il televisore. Certe volte
questa operazione la faccio nelle ore più impensate della
giornata. Un programma vale l’altro. Tanto io non li ascolto.
Mi basta che facciano da sottofondo, rumore, al mio pensare che
sennò non farebbe nessun rumore. E quindi potrei avere
dei dubbi che il mio pensiero esista veramente.Se invece c’è
il rumore del televisore so che i miei pensieri si stanno svolgendo
in un contesto rumoroso. Che poi non valgano niente, perché
sono sopraffatti dal contesto, non importa. Sto lì una
decina di minuti in atteggiamento proficuamente ebete. Poi guardo
l’orologio e spengo televisore e pensieri fasulli.Tiro fuori
quel bigliettino sgualcito. Antonio De Paola.
Faccio congetture sul cognome e sulle mie conoscenze. Di De Paola
ne conosco tre o quattro.
E’ un vecchio. Che sia il padre di Luigi? O di Sergio, il
carrozziere? Eh…magari… sarebbe troppo bello: “Dotto
ve la rimetto io la macchina a nuovo e aggratis e senza discussioni”.
Prendo l’elenco telefonico e verifico che effettivamente
Antonio De Paola esiste ed abita proprio lì dove , con
scrittura incerta, lui aveva scarabocchiato il suo indirizzo.
Forse Rossella non me l’ha detto, ma lui il suo numero telefonico
non se lo ricordava proprio. “ Papà, mi è
sembrato un poco…” “Rincoglionito, lo so, lo
hai già detto. Succede anche a me di non ricordarmi la
targa della mia auto.” Penso di telefonargli subito. E mi
preparo a dire quello che devo dire. Abituato a gente che per
un incidente di macchina è capace pure di negare l’evidenza
e mettere nella contrattazione pure il bene della mamma, mi dico
che devo essere rigido e categorico. Il canovaccio della discussione
è: “tu hai torto e mia figlia, assolutamente ferma
con la macchia, ha ragione. Punto.”
Faccio il numero ed aspetto sette, otto, quattordici ventidue
segnali acustici telefonici. Che mi danno libero ma dall’altra
parte nessuno risponde. Un po’ per inerzia ed un po’
per rabbia arrivo fino al vettottesimo, ventinovesimo, trentesimo
tu-tu dall’altra parte.
Al trentunesimo dall’ altra parte arriva un “pronto”
.
- “ Pronto, pronto” - faccio io quasi trasalendo,
che m’ero distratto a pensare ad altre cose e già
non ci speravo più . Dall’altra parte il “pronto”
mi era arrivato da una voce flebile, trafelata forse da una corsa,
forse solo di una persona anziana. Una voce, tra l’altro,
di quelle che ti danno l’impressione di considerare il telefono
non il mezzo di comunicare con cui si sentono più a loro
agio. E poi, un “pronto” di quelli antichi, come quelli
delle nostre anziane donne meridionali, contadine e sospettose,
che, appena ripreso il fiato, dalla corsa o dalla emozione, cominciano
a gridare dentro la cornetta come parlassero sempre con l’Ammerica.
Pare quel “pronto” una forzatura d’italiano
– come una formula imparata a memoria, per partecipare in
minima parte al progresso - rinunciando ad un dialetto a loro
molto più congeniale e naturale.
- E’ casa del signor Antonio De Paola?
- Sì
- Sono il signor Simonelli, sono il papà della signorina
con cui vostro marito, il signor Antonio … è vostro
marito, vero?…
- Sì
- …vostro marito stamattina ha fatto incidente.
- Come incidente? - mi dice allarmata – mio marito sta qua.
- Ma no, signora, ha appena strisciato la macchina di mia figlia,
niente di grave…
Ma c’è in casa ? ci posso parlare?
- Ma ie nun sacce niente. Sta qua …ma sta fore , sta a “vardà”
l’animali.
- E non lo potete chiamare un momento?
Lei resta perplessa. Io pure resto perplesso del mio incalzare
con le domande .Ho capito che l’ho terrorizzata con la mia
voce in perfetto ed istruito italiano, col fatto dell’incidente
e soprattutto con la veemenza con cui reclamo suo marito al telefono,
come fosse un imputato.
In fondo posso aspettare e ritelefonare fra mezz’ora .
- Va bene, facem’ accuscì , che è meglio,
signo’, io ritelefono stasera. Quando cenate voi?
- A i sette e miez.
- Va buon’ accuscì, io ritelefono, allora . Intanto
vu’ dicete a vostro marito c’ ie hai telefonato.
Il “va buone’ ” di assenso, di tregua, che viene
dall’ altra parte, mi consola.
E così penso riattaccando. E penso che so ancora “spiccare”
un po’ di dialetto accettabile.
La giornata del Venerdì Santo scorre lenta e ad ostacoli.
Con buona pace del Cristo morto. Eppure- dio solo sa- quanto carica
di tanti impegni in questo giorno. Per il Dio Cristo morto e camminatore,
ma in processione, lui, e pure riverito. E di me cristo semplice,
solo vivacchiante e con la deferente “c”, lettera
minuscola; un poco camminatore pure io, ma molto più automobilista
impedito. Solo con un’ opportunità in più
rispetto a Lui. Quella di suonare il clacson.
La Processione omonima , nel senso di Venerdì Santo di
Passione, col solo pensiero di essa, riempie la città.
Blocca definitivamente il traffico. Ed un poco pure la mente .
Essere puntuali in certi posti lungo le direttive dello scorrimento
della processione diventa un obbligo. Mia moglie è una
che vive tradizionalmente queste cose e se la puntualità
non si realizza grugnisce addossandomi tutta la colpa del disordine
cosmico d’una città.
Quando la processione passa e scorre con tutta la sua teoria delle
varie associazioni e confraternite, delle pie donne in fazzoletto
nero e dei bimbetti di prossima prima comunione e tutto il clero
e il monacame sparso e la cittadinanza tutta presidiata dalle
massime autorità che, d’altronde, compuntamente pavoneggiatesi,
seguono proprio immediatamente d’appresso, come a marcare
stretto, il Gesù morto e la Vergine inconsolabile, quasi
volessero ingrazialrseli,
- fessi, i perdenti? - noi siamo là, in un punto strategico
per non perderci nessun particolare e farci un sacrosanto segno
della croce con accenno d’inchino. Ma il pezzo forte della
devozione è il grande coro,diviso in due tronconi, maschi
e femmine, che, al suono della banda, si fanno l’un l’altro
da contraltare ad intonare il greve e struggente canto della Passione.
Ed io ogni anno mi diverto a riconoscerne la gente che, fervente,
presta la propria voce per l’occasione; e a soppesare, per
alcuni di essi, quante e quali siano le credenziali di buon cristiano
al di fuori di questo evento e per il resto dell’anno.E
così scorgo puntuale Geppino il magnaccia che si fa bello
che la sua favorita abbia devoluto il frutto della sua ultima
scopata principe per fare gli orecchini all’ Addolorata.
E Nicola lo spazzino, che prima che il Comune, per quieto vivere,
non lo riconvertisse - a detta sua - ad esclusive operazioni ecologiche,
spazzava e ripuliva strade e condomini… di auto e di preziosi.
Ma c’è poco da scherzare: la fede canterina fa puntuali
miracoli pasquali.
Scioltasi che s’è la processione, la gente sciama
per tutto il centro e se la serata, cosa rara in questi tempi
per queste parti, si presenta tiepida come una sera d’incipiente
primavera, si dilunga per le strade a ritrovarsi in crocchi di
amici e di parenti, a mangiar nocelle americane e a concertare
di pranzi pasquali e di uscite di pasquetta. E, bene o male si
tira a fare tardi.
Tanto tardi oltre quelle ‘sette e mezza ’ pattuite
con la moglie del signor Antonio per la telefonata. Tanto tardi
che decido di rimandarla all’indomani mattina.
La mattina del Sabato Santo si presenta più impicciata
d’impegni che mai. La sera prima ho rimandato due visite
domiciliari che, per quanto non urgenti, direi opzionali, sarebbe
stato comunque necessario fare. E poi, tante visite parentali
per porgere gli auguri, ed altre incombenze pre festaiole; tutti
rituali ben codificati. Come è pure codificato il tempo
meteorologico. Vuole tradizione che per rieditare ogni anno la
tempesta post mortem di Gesù Cristo con rottura di tempio,
anche nel nostro piccolo universo campobassano di Venerdì
e di Sabato Santo faccia acqua e meni vento. E se il Venerdì
Santo quest’anno ce lo siamo quasi scampato infliggendoci
soltanto qualche sparuta goccia di pioggia, oggi Sabato, il cielo
è indiscutibilmente plumbeo e perfettamente in linea con
la tradizione. E, soprattutto, mena acqua - manco a dirlo - come
Dio sa fare.
Mi succede a volte che quando capita che abbia molte o troppe
cose da fare, finisco per stilarmi una scaletta di priorità
elencandole per ordine decrescente di necessità e che poi,
coscientemente, coltivando la mia malcelata indolenza, scelga
di fare solo quella meno importante.Dico, filosofeggiando e parafrasando
la famosa pubblicità carciofesca, che questo è un
modo per proteggermi dal logorio della vita moderna.E la cosa
meno importante della mattinata è proprio risolvere la
questione incidente signor De Paola.
Ma rifletto sull’esperienza telefonica della sera prima.
Se il signor Antonio ha la stessa dimestichezza con il mezzo di
comunicazione che ha mostrato la moglie - e tutto me lo fa presagire
- si perde solo tanto tempo senza capirsi. Con tutto il rispetto
per la sua vetusta età, ma il “rinco” di mia
figlia va affrontato di persona. So bene che tra il tempo inclemente
ed il traffico - anche lui niente male - del sabato prefestivo,
per attraversare la città e portarmi dall’altra parte
di essa, dove il signor Antonio abita, ci vorrà tempo,
olio di freno e marce basse.
Mi riguardo il talloncino sdrucito: via Monsignor Bologna 168.
la zona la conosco abbastanza bene; anzi, conosco proprio la strada;
zona periferica ma signorile, abitata perlopiù da buona
borghesia. “Mah , - mi dico con perplessità - abiterà
con qualche figlio professionista o commerciante ben piazzato”.
Faccio un percorso laterale per provare a circumnavigare il centro
ed evitare il traffico. Non devo essere stato il solo ad aver
avuto un’idea così geniale. Non posso averne la riprova,
ma ,secondo me, dritti al centro si sarebbe fatto prima . Ma questi
sono amletismi da automobilista. Comunque sia, arrivo dopo mezz’ora
ad imboccare la strada dell’indirizzo e comincio dalla metà
circa a controllare i numeri civici dal versante pari: “centoventisei
… centotrentotto… centoquarantadue… centosessantaquatto…
e poi?”.
La schiera degli edifici affilati s’interrompe. Procedo
oltre e mi accorgo che la sequenza delle case sul ciglio della
strada riprende, dopo oltre cinquecento metri, col centosettanta.
“E il centosessantasei? E il centosessantotto?” Mi
rigiro e mi apposto dall’altra parte della strada, circa
nel mezzo di quell’intervallo tra il centosessantaquattro
ed il centosessantotto. Scendo impugnando ed aprendo l’ombrello
e do uno sguardo intorno: aperta campagna. Mi do dell’emerito
fesso ricordandomi le parole della moglie: “sta a vardà
l’animali” E sì che la strada la conoscevo
… Altro che presso figlio commerciante ben piazzato o professionista
… questo signor De Paola vive da solo e dev’essere
contadino puro. Non realizzo ancora bene il perché, ma
la cosa un po’mi sconcerta. Non vedo case di fronte a me
che possano essere o fungere da centosessantotto in quanto la
campagna sale prima su in un discreto pendio e poi verosimilmente
si avvalla.
Mi accorgo camminando a piedi con l’ombrello e sotto la
pioggia che per salire su ci sono ben tre stradine, una è
asfaltata, una è brecciata ed una è poco più
che un viottolo. Per due numeri civici persi nella campagna, tre
strade sono francamente troppe. Risalgo in macchina. A salirci
a piedi non se ne parla nemmeno. Piove , ma anche se non piovesse…
E poi … so già come andrà a finire: con l’intuito
che mi ritrovo in fatto di strade percorrerò prima le due
sbagliate per trovare che la terza è la giusta. Così
è scritto e così è fatto. La prima, la brecciata
, dopo qualche centinaia di metri è senza uscita e mi porta
ad una specie di fienile abbandonato. La seconda, l’asfaltata,
la percorro per più lungo tragitto e mi porta ad una villetta
rustica, ben messa su ,con un ampio giardino ed un discreto parco
macchine. Al cancello il nome è tutt’altro, ma picchio
lo stesso.
“Chi è” , mi risponde una voce femminile al
citofono.
“Scusi, sono un medico - faccio sempre così quando
sono alle strette dell’anonimato per ottenere un po’più
d’attenzione - è mezz’ora che giro per qui
intorno, sa dirmi per caso dove abita il signor De Paola?”
Non mi risponde ma apre il cancello e mentre io procedo, dopo
un attimo, mi appare sulla soglia del portone una giovane signora
che io vagamente conosco.
“ Avevo indovinato. Dottore, ho riconosciuto la sua voce.
Si ricorda? Io sono paziente del dottor Mastromonaco. ( il collega
della porta a fianco nello stesso studio associato) Lei quest’estate
, quando lui era assente, ha curato una brutta allergia a mio
figlio.” Faccio di sì con la testa e sorrido annuendo,
ma francamente, oltre la gradevole figura di sua madre, del ragazzo
non ricordo quasi niente. “Ma entri che piove” e mi
fa accomodare dentro l’atrio.
“Cerco il signor De Paola al numero centosessantotto di
via Monsignor Bologna” “Questo, dottore è il
centosessantasei…De Paola … De Paola… io non
so di nessun De Paola da queste parti… ” “ Dev’essere
un vecchio… un contadino… suppongo…” -
aggiungo io. “Ah… ma allora aspetti…un vecchietto?
…con un camioncino?” “Esatto, un tre ruote”
“Allora veda - mi riaccompagna fuori indicandomi col dito
una casupola a valle che, nascosta tra gli alberi, appena si vede
- la casa dovrebbe essere quella lì, ma per arrivarci deve
ritornare indietro e riprendere per una stradina piccola…”
“Sterrata?... sì… l’avevo notata…
però… “Sì …lo so, ci va stretta
una sola macchina… ma è per una visita ,dottore?
Le mostro la mano libera dall’ombrello e priva della borsa
degli attrezzi del mestiere. “No, è un’altra
faccenda… ha dato col suo camioncino una botta alla macchina
di mia figlia … e quindi il papà deve provvedere.”
La signora mi sorride in modo molto casalingo. Mi sarei aspettato
qualcosa di meglio.
“Beh… io non li conosco quasi per niente… lui
e la moglie … un po’ rustici,direi, però a
vederli quelle rare volte …sempre soli, le dirò,
mi hanno fatto sempre un poco pena.
“Vedremo- faccio io per concludere - è stata gentilissima,
signora, e soprattutto utilissima.” “Ma si figuri,
dottore, piuttosto le posso offrire una tazza di caffè?”
“No, grazie. E’ sabato santo, immagino che siamo tutti
un po’ impicciati… si corre. Le auguro un’ottima
Pasqua a lei e alla sua famiglia.” “ Grazie, anche
a lei”.
Risalgo in macchina pensando, non in ordine di sequenza ma piuttosto
in ordine sparso, a quanto è realmente un bel pezzo di
donna la signora Fantini, che siamo davvero quattro gatti a Campobasso
e, gira e rigira , ci conosciamo un po’ tutti, e che, malgrado
questo, quanto cazzo mi sta facendo penare ‘sto De Paola
per trovarlo. Constato come quest’ultimo pensiero mi stia
montando la rabbia giusta per affrontare un contenzioso da incidente
stradale o, come recita il lessico assicurativo, da sinistro.
Artificio utile per accrescere la grinta che, in queste occasioni,
generalmente non posseggo se non in scarsa misura. E intanto,
finalmente bene indirizzato dalle movenze ben calibrate del di
dietro e dell’avanti e da quel dito indice della signora
Gianna, arrivo alla casupola in una frazione di tempo da cristiani.
La prima cosa che vedo, e che mi conferma che la ricerca è
finita, è proprio l’ Ape camioncino attrice incolpevole
del misfatto. Verdina ed un poco malandata è parcheggiata
sotto una piccola tettoia a fianco della casa. Questa, ad una
prima occhiata, mi si mostra minuta sì,semicadente sì,
ma soprattutto straordinariamente autenticamente contadina. Il
requisito principe di questa autenticità è la promiscuità
che subito cogli, perché strutturale, tra la vita degli
uomini e quella degli animali: accanto ad una striminzita zona
abitativa umana c’è una stalla che prende una parte
non indifferente della planimetria complessiva della casa. E poi
il recinto per le galline e poi , immancabili al tuo arrivo, i
primi ad accoglierti, l’abbaiare di cani il frignare di
gatti ed il tubare di piccioni. E poi ancora, a consolidarti quella
sensazione di essere inopportuno, quel rumore silenzioso di sottofondo,
quel frascare, quel mormorare della campagna che, negli attimi
di silenzio quasi assoluto, dà una sorta di benvenuto a
tempo ad un soggetto straniero.
Districandomi tra la fanghiglia, che la pioggia che non ha mai
smesso ha fatto, avanzo.
“C’è nessuno? Cerco il signor De Paola”
Ed è proprio da dentro la stalla che mi risponde la voce
di chi cerco. “Chi è? Sto qua”.
Entro e l’odore è quello, inconfondibile, di attimi
di ottimi ricordi della mia infanzia.
Magari adesso non lo reggo più di qualche minuto. Ma intanto
è là.E lui il signor Antonio sta proprio davanti
a me mungendo una capra bozzoluta e spelacchiata. Adesso tu che
sei stato studente e poi laureato e hai fatto le scelte che hai
fatto, adesso mi vuoi cavare dal cilindro dei tuoi ricordi letterari,
per benaccetto pavonismo culturale, un po’ di Virgilio?
Fai! Ma se delle Bucoliche, a tradurle, ti arrangiavi il sei scarso.
Il senso è un altro; diverso da quello che altri volevano
farti imparare a memoria . Tu queste scene le hai viste. Sì,
da bambino, e non mai da figlio di pecoraio, ma l’atmosfera
era quella. Anche se tuo nonno era massaro.
E che cazzo! Nel sessantotto c’avesti pure a che ridire
sui proprietari terrieri, sul latifondo
E t’incazzasti pure con tuo nonno che non voleva capire.
E vi metteste il muso.Però poi lo baciasti sul finire del
suo canuto volerti bene comunque. Ed allora adesso mi chino un
po’ a guardare il mio Antonio De Paola contadino e la sua
capretta e questa inaspettata mungitura ad un tiro di sputo dalla
mia città. Resto muto , tanto vorrei rifarmi tornare gli
occhi del bambino di allora. Ma resto muto.Tanto che è
lui, chinato di lato con la mano che cerca e spreme la mammella
penzolante e da questa schizza latte nel pentolino di ferro bianco
smaltato e orlato d’azzurro , che, senza parlare, mi fa
con un moto scocciato di occhi e con un gesto del capo: “che
vuoi?”
“Signor De Paola, sono …. - e tutta la tiritera….
l’incidente, mia figlia , la macchina ed il suo “drung
e drung” col camioncino. “Ma faccia … finisca
con comodo” Lui certo non se lo fa ripetere; ti scruta di
sbieco centrandoti nel suo mirino di naturale diffidenza contadina
e procede nell’operazione. D’altra parte so bene anch’io
quanto sia dissacrante e doloroso praticare ad un animale la mungitura
interrupta: viene acido il latte. Io che intanto me la godo, ho
tempo per modificare il mio “lei” del tutto inopportuno
e caricare nelle mie corde un “voi” appena più
informale. E poi di guardarmelo per bene il mio signor Antonio,
con la sua faccia grinza e spigolosa arrivata al canonico sesto
giorno di barba non fatta - i cafoni veri, quei pochi rimasti,
dalle mie parti santificano la festa rasandosi la barba solo la
Domenica - che spunta sul viso in peli ispidi e bianchicci. La
camicia di flanella a quadri rossi e strisce blu e sopra un gilettino
svolazzante depauperato di quasi tutto il suo colore originale
ed infiorato da macchie multiformi. Dai polsi mani nodose e vispe
e in testa un cappelluccio sformato, grigio, di quei grigi direi
quasi indifferenza, di feltro, quasi solo appoggiato sul cucuzzolo.
Una specie di divisa d’ordinanza, credo, per tutte le stagioni.
Unica concessione ai tempi moderni ed - ahimé - troppo
poco lenti, uno sgradevole orologio da polso. Che fa il pari -
doppio ahimé - col suo andare a vendere la roba al mercato
da motorizzato. E mentre io già m’avvilisco d’essere
venuto qui, in questo posto che in qualche modo sa di sano e di
antico, a perorare una causa tipica della nevrosi dei tempi nostri,
lui si rialza con la flemma e con la cautela tipica dei vecchi
, si strofina le mani sul pantalone alle cosce e mi tende il solo
dito mignolo della mano perché io lo stringa in segno di
saluto. Va sottinteso che la mano me l’avrebbe data tutta
se non si fosse fatto scrupolo che era sporca. Mi dice con solennità:
- “C’ avete ragione, ho sbagliato e devo pagare il
torto”. Manco fosse una colpa da espiare.
- “Ma ce l’avete l’assicurazione, signor Antonio?”
- “Ce l’ho. Poi aggiunge: “se m’ so’
recurdat’de pajarla.”
- “E bisogna che controlliamo” gli faccio io, non
so se più per premura d’aiutarlo o perché
è oggettivamente mio interesse.
Mi invita a salire su . Usciamo dalla stalla e saliamo lemme lemme
per una scala stretta e dai gradini consumati e ci troviamo dentro
ad una stanza che deve essere la più grossa della casa
e che fa da soggiorno e da cucina. Al tavolino la signora Carmela,
quella intirizzita dagli strali vocali del ghiaccio di italiano
perfetto della mia telefonata, sta scegliendo la verdura. Una
cosettina di nero vestita, ma meno imbarazzata di quello che m’ero
potuto immaginare per telefono. Dopo che il marito mi ha presentato
come quello della botta, mi invita a sedere.
-“Iere m’avite fatte piglià ‘nu spavente.
Assettateve”. E lo dice con una voce tra il perdonante ed
il tagliente. Una specie di rivalsa dal vivo. Io sorrido scusandomi
e mi siedo. Intanto il signor Antonio sempre all’in piedi
ha cominciato a smanettare con evidente imperizia e sfastidio
tra un mucchietto di carte estratte da un cassetto. E lo fa così
di malavoglia, con quasi odio per quelle carte, che ogni tanto,
con indolenza, se ne lascia scappare qualcuna di mano. Come se
tra pollice ed indice riuscisse a scalciarle. Inforca gli occhiali,
che sanno di grande occasione ma che hanno una stanghetta riattaccata
alla meglio con nastro adesivo, e se li piazza un po’ storti
sulla punta del naso. E mi porge prima un bollino d’assicurazione
del duemilaeuno e poi uno del duemilaetre.
- “ Ma quist’ann’ la sci pajata?” l’incalza
la moglie.
- “ E se lu sapess’…” gli risponde dandogli
un occhiataccia da dietro le lenti, e , rivolgendosi a me: “Sti
femmene n’ ze sanne fa’ mai i fatte lore.”
E’ chiaro che sta per esaurire la sua pazienza cartaiola.
D’altronde ognuno di noi ha un livello di soglia di sopportazione
per la burocrazia. La sua è solo molto bassa. Lui magari
odia anche il maneggio del semplice denaro; per procurarsi le
necessità da vivere il suo sistema principe potrebbe forse
essere il baratto. Ma no, adesso sto esagerando… c’è
un po’ di cattiva ironia in quello che penso e nella domanda
che mi sta venendo in testa di fargli.
Perciò, con curiosità quasi apprensiva, do uno sguardo
indagatore lungo tutta la stanza soggiorno e la cucina. Vedo il
telefono della telefonata ed una radio di quelle quasi scolpite
nel legno, dal modello piuttosto sorpassato. Di quelle che oggi
so di gente che farebbe carte false per averle. Perché
non fanno notizia – sono perlopiù allo stato gracchiante
– ma fanno arredamento. Poi c’è il frigorifero,
piccolo ma c’è. Non scorgendola, con una gradevole,
strana, intima premonizione, penso: “vuoi vedere che non
ce l’ hanno”? Lo so che nel contesto è una
domanda che non c’entra, ma chiederlo è ormai diventato
più forte di me.
- “Ma voi ce l’avete la televisione?”
- “Come?” mi fa lui, per vedere se ha capito bene.
- “Sì, dico, ce l’avete la televisione?
Si guardano interdetti tra di loro e mi guardano interdetti riappropriandosi
immediatamente di quella diffidenza nei miei confronti che, dopo
i primi momenti, si era andata attenuando.
- “Ma ‘mo quessa cosa ch’ c’entra cu’
la questiona nostra?”
E che dovrei rispondergli io adesso? Che questo vederli così
mi sta regalando la gradevole sensazione che il tempo si sia parzialmente
fermato, che dentro questa mia città gaudente fino alla
tronfietà della sua incosciente epilessia, esistono ancora
sani focolai di resistenza, anticorpi inaspettati di buon senso,
oasi di ‘me ne fotto’ ?
Lo so che il senso ed il contesto di questa mia venuta sta cambiando.
Anzi, è cambiato appena ho visto lui e la capretta fare
quasi all’amore.
Mi riprendo.
- “No, niente… dicevo così … a volte…
al telegiornale… sono loro che ti ricordano le bollette
da pagare”- invento senza pormi il problema d’essere
creduto. Godere di una spudorata incredibilità è
un lusso che mi concedo, purtroppo, solo ogni tanto.
- Sì, la teng’ Me la vulètte arregalà
fìglieme. Ma po’ z’è rotta e nun la
song fatta accuncià cchiù. Sta menata pe’
dentr’ a lu sgabuzzine. A me m’ piace de sentì
la radie.
S’interrompe un attimo per riflettere sui massimi sistemi
delle sue conoscenze.
- “Sì , ma nisciuna radie m’ha mai recurdate
le bullette d’assicurazione ca z’ avévana pajà.
Ch’ avìmma fa’ cu sta carta ca nun ze trova?
Bella domanda signor Antonio, bella domanda, davvero. Pratica,
da vero contadino.
Attento però, signor Antonio, attento perché il
cittadino automobilista padrone e proprietario del bene incommensurabile
della sua automobile, questo cittadino che voi, voi due adesso,
senza saperlo, state blandendo e quasi immobilizzando con la vostra
genuina ed ingenua essenzialità, questo cittadino che incravatta
regole e confeziona pacchi spesa secondo spot pubblicitari e notizie
di telegiornale e poi , nel suo piccolo, per discolparsi, incasella
cubetti di pensiero dello spessore della nebbia - manco fossero
diamanti o la quintessenza della Luce - questo cittadino, dico,
potrebbe riappropriarsi d’un’ altra praticità.
Diversa dalla tua anche se , in qualche modo, uguale.
Quella che ti chiede:
“E allora, signor Antonio, si potrebbe fare che io la macchina
me la faccio vedere dal carrozziere, mi faccio valutare il danno,
- non hanno cuore i carrozzieri, loro valutano il danno alle macchine,
mica alle persone - e poi , dopo averlo sentito e lui dettomi
a quanto ammonta il danno, mi ripianto qui e ti dico tipo: “centocinquanta
euro ad esser buoni. Per te, perché sei un povero cristo
con la “c” più minuscola di me, che, per esempio,
ieri è andato solo al mercato a vendere la sua robbina
della sopravvivenza con il suo camioncino della sopravvivenza
, e , siccome il tuo camioncino non lo ami per niente e non hai
voluto mai imparare a guidarlo per bene, - non è che sei
“rinco” come sostiene mia figlia, non è l’arteriosclerosi,
non solo quella - era fatale che tu facessi il “drung e
drung” con la macchina di Rossella. Non vai mica alle processioni
del venerdì santo, tu. La tua “c” è
nata o e diventata troppo striminzita per aver mai pensato a fare
di queste cose. Centocinquanta euro di tuo. Trecentomilalire Hai
capito, signor Antonio? Hai capito, signor Antonio, che sono stanco
di pensare? Di trangugiare i miei pensieri appena mi colano dalla
testa e mi arrivano a fiotti a fior di labbra. Ed allora, caro
signor Antonio, ed anche tu, signora Carmela, forza, mettetevi
d’impegno a liquefarmi completamente questo vermicolante
cervello cittadino.
Ecco, parlatemi dei vostri figli. Uno, Nicolino che ormai sono
trent’anni che sta in Canadà , e l’altra, Linuccia,
“la maestrina,” a Lambrate - “sì, si
pronuncia proprio così, l’avete detto bene”
- praticamente Milano. E che hanno ormai perso la voglia e la
via del ritorno.
- “Ma ch’ hanna venì a fa’ qua? Tènnen
la lore famiglia. Pure quelle rare vvote ca venne… a vedet’
a casa quant’è piccerella? C’ accampàme
com’ i zingare”
- “Ma voi… di andare su?”
- “ Quacche vvota, ogne tante. L’utima vvota l’estate
passata, pe’ la prima comunione de Tonino, mio nipote. Linuccia
ce vulesse sempe là , stabilmente, ma ie ‘ngoppe,
nun ce facce l’aria. E po’, ce stanne sti quttr’
anemale da vardà… dui cucuccielle (zucchini) i pummadore,
nu poc d‘nzalata… Finché u’ Padreterne
me da la forza, a me m’ piace ancora de furgià (di
darmi da fare) pe’ arrangià quaccosa... Magare essa
- ed indica la moglie - ‘ngoppe da la figlia ce stesse cchiù
volentieri a crescese i neput’… Sa, i femmene ze adattene
de cchiù…
A cucena’ e a pulì la casa è uguale a tutt’
i vie”.
-“ Anto’ tu tiè ragione, ma a uttant’anne
quasce, nun ze po penzà de campa da sule. Basta ‘na
piccula malatia e Antonie e Carmela nun ze avezene (alzano) cchiù.
- “Essì, ma lu vuo’ capì che a me basta
nu mese ‘ngoppe e m’avvelische. Fosse comme aspetta’
la morte, ferme e quiete.”
Basta guardarli. Ho innescato un discorso tra di loro forse preso
interrotto e ripreso decine di volte, che riguarda la loro prospettiva
prossima e questi loro ultimi spiccioli di esistenza . Continuano
a parlare davanti a me, quasi a litigare, ma a schiaffetti e carezze:
sembrano due gatti che giocano a fingere unghiate. A momenti è
come se io non esistessi, non fossi presente; a momenti, invece,
mi chiamano quasi a giudice delle loro ragioni; nell’un
caso e nell’altro mi danno il privilegio di farmi sentire
a mio agio, come uno di casa. Perché queste storie io le
so, le conosco. Ce ne sono state e ce ne sono probabilmente ancora
tante dalle mie parti. Solo che io avevo incominciato a dimenticarle.
Con disappunto e con un po’ di vergogna mi accorgo dal mio
orologio da polso che si sta facendo tardi. Loro adesso vorrebbero
continuare a parlare. Dirmi come tre mesi fa al signor
Antonio, appena uscito dalla Posta, un giovinastro gli ha strappato
il portafogli di mano e due mesi di pensione se ne sono andati
in fumo, e lui se ne stava facendo una malattia. E adesso
pure l’incidente di ieri mattina…E dunque?
Li interrompo quasi accarezzando loro le mani. Perché sono
belli. Perché sono teneri. Perché lui ha finito
per ricordarmi mio nonno e, ancora di più , Pasquale, il
mezzadro di mio nonno e il suo parlare di Bianchina, la vacca,
come della sua innamorata. E lei mi ha fatto pensare a mia nonna
che non ho mai conosciuto se non attraverso i racconti di mia
madre.
- “Riguardo all’incidente, signor Antonio, non ci
pensate”
- “Come?”.
- “E’ fesseria, me l’aggiusto io la macchina
e non se ne parla più”.
Non si fa capace. E devo insistere. Devo dirgli che sono dottore,
che ho un paziente che fa il carrozziere e che mi fa prezzi di
assoluto riguardo… “Anzi , a proposito, proprio perché
sono dottore… speriamo che non serva mai, ma sa… se
doveste aver bisogno di qualcosa… questo è il mio
bigliettino da visita col numero di telefono”
Adesso sono loro che mi guardano come imbambolati, investiti come
sono da questa inaspettata mia ondata di buona creanza.
- “Aspettate - faccio - scendo giù in macchina un
momento e torno subito”. Mi sono ricordato che in macchina
ho una confezione di colomba pasquale ed una bottiglia di Strega
regalatimi da un paziente il giorno prima.
- “ Di questa ne mangiate una fetta domani e , se vi va,
ci bevete su pure un bicchierino alla mia salute.”
Sono straniti ma mi sorridono. Non si schermiscono neppure più.
- “E’ che mi ha fatto un grandissimo piacere conoscervi”.
Vorrei far loro capire che ha un senso forte, non solo quello
convenzionamente ipocrita, quello che sto dicendo. Vorrei usare
altre parole, ma non so se le capirebbero. Perciò confido
nell’intesa sancita tacitamente dall’evidenza dei
fatti.
- “ Carmé, va… piglia dell’ova a ‘u
dottore. Carmé… pigliacele tutt’ quante, ch’a
nuie ce ne bastene tre pe’ la frettata de Pasqua. Quanta
figlie tenete?... Ah, sule quella c’hai canusciute?
‘Na bella signurina, educata.”
Intanto Carmela è scappata giù nel pollaio starnazzando
di contentezza; e ritorna con tante uova che le mani ne sono piene
e scoccoleiano pure le capienti saccocce . Sistemandole in una
busta ne rompe una; e scoppia a ridere; sorride severo pure il
marito.
- “Adesso devo proprio andare”.
Vengono giù anche loro e mi salutano con la mano mentre
mi risalgo in macchina e aggiusto sul sedile davanti la busta
con le uova e risistemo lo specchietto retrovisore; perché,
mentre scendo, possa dare loro ancora un’occhiata. Io adesso
lo so che basterà scendere di sei, settecento metri questo
breve e stretto viottolo per rientrare come per incanto nel mio
scenario consueto, nel mio mondo, per le mie strade colme di traffico,
cariche di orgasmi precoci, e perciò impudici. E ritrovarmi
in posti dove la lentezza è una penalizzazione inconcepibile,
dove l’ ascoltare ed ascoltarsi troppo dentro arreca sicuro
danno. E non mi salverà neppure quel mio vizio saltuario
che mi spinge a farlo davanti ad un televisore o sull’automobile.
Eppure almeno adesso, e non so per quanto, mi sento addosso una
sensazione di candore, di soave pulizia.
Chissà se il signor Antonio domani mattina si laverà
e si insaponerà di tutto punto rattrappendo le sue gambe
ossute nella vaschetta di ferro smaltato lunga un metro scarso,
se si sbarberà per benino, e se la signora Carmela gli
farà indossare la camicia bianca della festa, fresca di
bucato e col colletto inamidato.Se i figli chiameranno dal Canadà
e da Lambrate per gli auguri?
Perché domani è Pasqua.
La
donna a tempo
di Lisa
No,
lei non era una puttana, ma forse se lo fosse stata, sarebbe sicuramente
stata fra le migliori che si potessero trovare lungo le squallide
strade di periferia. Fra le sue braccia, gli uomini avrebbero
trovato esattamente quello per cui pagavano, poche ore d’amore
e la sensazione, seppure momentanea, di non essere più
soli.
Ma il destino non le aveva riservato quella fortuna perché
almeno, lei si diceva, le sarebbero state risparmiate non poche
delusioni, non poche ferite. Se non altro avrebbe saputo fin dall’inizio
che il compenso per ogni parola, ogni carezza, ogni ora condivisa
con gli altri, sarebbe stato al massimo un paio di biglietti da
cinquanta, forse più o probabilmente meno, ma questo non
aveva importanza.
Si sarebbe infilata nelle macchine di sconosciuti aggiustandosi
sui fianchi la minigonna rossa, mostrando le sue calze a rete,
avrebbe fatto finta, se gli fosse stato richiesto, di ascoltare
e di essere felice mentre faceva l’amore a tempo, così
come il lui occasionale avrebbe finto di poterla amare. Dopodiché
lei avrebbe riposto la ricompensa che le spettava, nella minuscola
borsetta. Avrebbe risistemato la gonna e le calze, e ripassato
sulle labbra un velo di rossetto guardandosi nello specchietto
alla luce fioca dell’abitacolo, prima di scendere dalla
vettura.Lui avrebbe messo in moto allontanandosi senza nessuna
esitazione, ma con aria soddisfatta, e quasi sicuramente non l’avrebbe
più rivisto. Niente telefonate, lettere o inviti a cena,
fra lei e i suoi clienti, un solo tipo di rapporto, quello che
fra due persone è il più chiaro e limpido al mondo,
una soddisfacente ora di sesso ben pagato e ben retribuito, senza
nessun’altra complicazione.
Il suo tempo, ogni suo gesto avrebbe avuto un prezzo, l’esattezza
contabile di un dare e di un avere.Ma lei non era una puttana,
e la sorte non le aveva dato la fortuna di essere neanche una
donna delle pulizie, una di quelle che chiami una volta alla settimana,
ma se lo fosse stata sarebbe stata di sicuro la più richiesta,
una di quelle che sanno fare alla perfezione il proprio mestiere
e che sanno dal primo momento che da ogni appuntamento non avrebbero
avuto da aspettarsi null’altro che lavare piatti e panni
sporchi.Con efficienza e dignità avrebbe riportato ordine
e pulizia nelle vite di annoiate o indaffarate signore, restituendo
la giusta compostezza alle loro cose.Sarebbe entrata e uscita
cento volte da altrettanti appartamenti, pulendo e sistemando
ogni angolo, sfiorando la quotidianità nascosta in tutti
i piccoli oggetti rispettandone però, come da contratto,
con pudore e discrezione, ogni intimità.
A lavoro finito si sarebbe tirata giù le maniche della
camicia, e avrebbe preso fra le mani arrossate il suo compenso
che poi, con cura, avrebbe sistemato nel portafoglio di similpelle
nero, mentre, forse, le sarebbe stato detto un “grazie,
ci vediamo la settimana prossima, mi raccomando sia puntuale”.
Poche ore di silenzioso e scrupoloso impegno scandito da una tariffa
prefissata, l’esattezza contabile di un dare e di un avere.
E lei non era neanche una bottiglia di buon whisky, ma se lo fosse
stata sarebbe stata una delle migliori, forse non la più
pregiata e raffinata, ma una di quelle che puoi avere fra le mani
pagando un prezzo equo.Una di quelle che si comprano tornando
a casa, sapendo che da quella sera non ci sarebbe stato più
nessuno aspettarti. Ti avrebbe fatto compagnia riempiendo di calore
e stordimento le ore di ricordi e solitudine e avrebbe dato, bicchiere
dopo bicchiere, una fugace assoluzione a tutti i tuoi errori.
Un sorso dopo l’altro ti avrebbe illuso con la sua liquida
trasparenza, e confortato con la pienezza del suo sapore. Ma fin
dalla prima goccia sarebbe stato chiaro che l’indomani,
vuotato l’ultimo bicchiere, soltanto la solitudine sarebbe
ritornata ad abitare il tuo appartamento.
Una bottiglia ed una sola notte a poco prezzo passata in un offuscato
torpore per ingannare fino al mattino il vuoto di una stanza,
l’esattezza contabile di un dare e di un avere.Lei non era
nemmeno un verso ma se lo fosse stato sarebbe stato uno di quelli
che non resta chiuso fra le pagine polverose di un libro vecchio
di un biblioteca. L’avresti trovato scritto probabilmente
sul bigliettino che avvolge un cioccolatino e per un po’
l’avresti conservato nella tasca e riletto di tanto in tanto
perché, quelle poche righe, avevano proprio le parole che
avresti voluto sentire in quel momento, o forse perché
un tempo qualcuno te le aveva sussurrate in un orecchio. Sarebbe
stato gelosamente serbato fra le pagine di un diario fino a quando
sarebbe stato dimenticato, lasciando il posto forse a un nuovo
verso, forse a un nuovo amore.
Un sottile e minuscolo foglietto che con il lento svanire del
profumo di cioccolato avrebbe reso un amore finito meno amaro.
Poche parole che presto non avrebbero avuto più importanza
in cambio di un malinconico ma dolce dissolversi di un sogno,
l’esattezza contabile di un dare e di un avere. Ma lei non
era niente di tutto questo.
Lei era una tranquilla signora che si avviava ormai con noncuranza
verso i quaranta. Era gentile, cordiale, mai scortese. Era sempre
stata così, e soprattutto nel suo modo di sorridere si
poteva cogliere tutta la sua istintiva e naturale dolcezza. Gli
occhi le si chiudevano quasi, disegnando una fitta rete di piccole
rughe che a raggiera si allargavano fin sulle tempie.
I suoi occhi, due ragnetti in agguato sulle trame delle loro ragnatele
quando la bocca si socchiudeva in un solare sorriso. Gli altri
lo apprezzavano con lo stesso gusto con cui a colazione davano
il primo morso al cornetto intinto nel cappuccino. Dava ristoro
ed energia cancellando il gusto amaro della notte. Era come il
caffè portato a letto la domenica mattina, quando fuori
piove e non hai voglia di lasciare il calore delle lenzuola e
hai la sensazione di avere tanto tempo a disposizione e che lo
puoi trascorrere nel migliore dei modi.
Se lei sorrideva veniva naturale ricambiare il suo sorriso.
Lei era così, ma soprattutto lei aveva il dono di sapere
ascoltare.
Lei intuiva quando qualcuno aveva bisogno di parlare, o di affidare
le proprie ansie, paure, delusioni a chi sapesse, sia afferrarne
il corretto significato e darne il giusto valore, sia maneggiarle
con cura, come se ogni parola a lei confidata avesse la stessa
fragilità di un cristallo di Boemia.Lei era il faro nella
notte quando le burrasche arrivavano, aspre e inattese, nella
vita dei suoi vecchi e nuovi amici. Ogni volta si lanciava in
loro aiuto, si dava tutta . Lei era lì, presente, con la
ferma convinzione che il tempo a loro dedicato era esattamente
complementare al legame che li univa.La calma poi tornava e lei
ogni volta si ritrovava nel suo tranquillo porto, sola.Pochi uomini
l’avevano amata.
Si erano aggrappati a lei mentre, come cuccioli randagi, si aggiravano
senza meta fra i sentieri delle loro scelte. Tra le sue parole
avevano trovato un riparo, un posto dove le ombre della notte
non si allungavano minacciose, come se lei avesse avuto il dono
naturale di trovare ogni volta una dolce ninna nanna che riuscisse
a rassicurarli prima di dormire, facendo dimenticare loro tutto
il resto. Da quel suo modo di essere donna, da quel suo mondo
dove riusciva ad essere sempre pronta a ricominciare, avevano
attinto ogni segreto e la capacità di affrontare le sconfitte
e di andare sempre avanti.
E poi i cuccioli impauriti acquistavano forza e fiducia a sufficienza
per andarsene ognuno per la propria strada.
Di quelle storie non rimaneva quasi niente se non qualche lettera
o una telefonata quando qualche piccola nuvola attraversava di
tanto in tanto i loro cieli.
Si, lei per tutti era null’altro che una donna a tempo.
Di lei ci si poteva dimenticare, magari la si poteva anche buttare
come un vecchio quaderno con le pagine ormai già tutte
scritte.
Lei raccoglieva i loro dolori come in un vaso e nel conservarli
li faceva suoi. Li liberava da ogni peso, restituendo loro la
curiosità e la leggerezza per poter poi andar via. A lei
restava solo un gran vuoto e il poter solo immaginare i loro ritrovati
sorrisi.
Poi tutto ricominciava, qualcuno la chiamava.
“Passo da te più tardi.”
Lei sorrideva pensando al nuovo piccolo dramma che l’aspettava.
Negli anni ormai aveva imparato che quelle poche ore, che avrebbe
trascorso raccogliendo i cocci dell’ennesimo amore finito,
dell’ennesima delusione, dell’ultima sconfitta, e
l’illusione, anche temporanea, di non essere così
sola, sarebbe stato il suo unico compenso.
L’esattezza contabile di un dare e di un avere.
Sì, forse lei avrebbe potuto essere anche la morte, ma
non lo era, però se lo fosse stata sarebbe stata quella
che alla fine tutti ci si aspetta.
Avrebbe atteso con pazienza lo scorrere del tempo e avrebbe lasciato
silenziosamente che ognuno rincorresse i propri sogni, non avrebbe
creato intralci né ai momenti di amarezza né ai
giorni di spensieratezza. Come un’ombra avrebbe seguito
passo passo il lento consumarsi della vita. La sua sarebbe stata
un’esistenza discreta senza rubare neanche un attimo al
tempo che era stato concesso, per rivelare solo alla fine la sua
presenza.
Un’attesa lunga una vita e un unico fatale istante, in equilibrio
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